Creare e non catturare valore con Green SIM
L’intervista a Gianpaolo Basile
Chi è Gianpaolo Basile
Gianpaolo Basile è professore ordinario di Economia e Gestione dell’Impresa presso l’Universitas Mercatorum e docente di Economia e Strumenti di Gestione d’Impresa presso l’Università Sapienza di Roma, Dipartimento CORIS. È autore di numerose pubblicazioni su prestigiose riviste e membro di SIMA, SIMKTG, AIDEA, EURAM, EUROMED e dell’Institute Place Management (IPM) presso la Manchester Metropolitan University. Responsabile scientifico di progetti europei finanziati in modo diretto o indiretto, nonché responsabile della pianificazione strategica di Comuni, aree vaste e Gruppi di Azione Locale (GAL), i suoi interessi di ricerca si concentrano nell’ambito dello studio dei modelli e dei processi di sostenibilità letti dal lato dell’impresa e delle comunità/territorio.
Innanzitutto la ringraziamo per essere qui con noi, quali siano le sue sensazioni al termine di questa esperienza con i nostri studenti?
L’esperienza è sempre molto avvincente e interessante, e forse porto a casa più di quanto dovevo. Nel senso che i ragazzi hanno un profilo elevato, un profilo eterogeneo, e questo fa sempre bene a un’aula di discussione. Ho lanciato degli spunti, rispetto ai quali poi abbiamo cercato di raccogliere un po’ di metodologia, un po’ di concettualizzazione e anche un po’ di pragmatica, quindi affrontando anche dei temi in modo pratico. Però assolutamente il profilo dei ragazzi è alto, veramente alto.
Lei ci aveva già offerto il suo sostegno al lancio del modello Social Impact Manager nella primavera del 2025, in qualità di membro dell’Osservatorio ESG della Sapienza. Cosa aveva aveva visto nel nostro modello da spingerla ad appoggiarlo sin dai suoi primi momenti?
Non posso non dire che mi lega un forte affetto, ma anche ammirazione, alla Fondazione Augurusa, che ha ideato questo percorso e di cui condivido assolutamente i valori, il modello concettuale e le finalità che si propone. Quindi diciamo che questa è stata assolutamente una base di partenza. Poi è chiaro che, per chi come me è un curioso e allo stesso tempo ha il “complesso dell’indecisione” del ricercatore, avere momenti di confronto con una platea tanto qualificata e, in un certo qual modo, verificare la bontà dei propri avanzamenti, delle proprie idee, delle proprie ricerche, non può che rappresentare un’occasione da cogliere. Quindi non si può non approfittare di una situazione del genere.
Lei, professore, oltre che docente, è prima di tutto un educatore. Che responsabilità sente oggi un docente universitario nel preparare giovani che sono chiamati a confrontarsi con sfide sociali e ambientali sempre più complesse?
Tante volte li incito sempre, come ho fatto anche oggi, a un momento di forte socialità, di condivisione delle proprie conoscenze, quasi con un modello di cross-sourcing, per far emergere poi soluzioni a sfide della società, che possono essere tanto le loro personali quanto quelle della società stessa. Infatti per me il senso di responsabilità verso questi ragazzi si manifesta nel fargli capire che bisogna creare valore e non catturare valore. L’elemento più incalzante rispetto alle mie lezioni è appunto quello di eliminare gli egoismi quando si hanno delle risorse che possono essere utili per dare risposte a delle sfide; risorse che allo stesso tempo possono essere addirittura incrementate grazie alla condivisione, quindi imparare a fare “effetto leva” nella condivisione delle proprie risorse. Tante volte cerco di limitare questa mia frenesia dicendo: “forse la mia età non mi porta più a dare cattivi esempi e quindi do alcuni consigli”, come avrebbe detto De André. Però io ci credo fermamente, perché è il “seed” della ricerca scientifica poter condividere le proprie idee per vederne l’effetto leverage sia nei propri lavori che nei lavori diffusi nei contesti.
Lei ha lavorato su moltissimi argomenti: rapporto tra territori, identità, sviluppo. Ecco, un corso residenziale come questo, che porta giovani da tutta Italia e dall’estero a vivere Filogaso e a vivere la Calabria, può diventare anche un laboratorio di valorizzazione territoriale e portare avanti un nuovo tipo di narrazione per il Sud?
Io da sempre, confrontandomi con la Fondazione, ho pensato che il modello SIM possa essere uno di quei siti capaci di stimolare fenomeni di innovazione sociale in un territorio che altrimenti deve solo leccarsi le ferite per fenomeni come quello dello spopolamento, dell’invecchiamento e della riduzione dei servizi per mancanza di fondi delle istituzioni. Penso sempre che per migliorare le sorti di paesi come questi ci sia bisogno dell’impegno di un processo che parte dal basso. Quindi un fenomeno comunitario, un fenomeno che parte dalla comunità coinvolta in un obiettivo comune, potrebbe assolutamente diventare nuova vita per questi territori.
Lei si occupa anche di Terza Missione. In che modo università, fondazioni e territori possono fare rete per trasformare la formazione in impatto reale, evitando che questa resti confinata in aula? E in che modo i percorsi come questo di Social Impact Manager possono contribuire?
Il concetto della Terza Missione è un concetto che negli ultimi anni sta segnando molto il mio lavoro accademico. C’è da dire innanzitutto che la Terza Missione è la condivisione della conoscenza e della ricerca rispetto alla società civile, quindi non rispetto ai propri studenti, altrimenti sarebbe ancora impegno accademico di ricerca. E diciamo che la lezione di oggi al Green SIM è stata la massima rappresentazione, o comunque l’emblema, della Terza Missione: quello di condividere le mie conoscenze con un panel eterogeneo cercando poi di far emergere delle considerazioni, non dico delle conclusioni, ma dei modelli concettuali. È chiaro che accrescere le conoscenze e far sì che queste conoscenze producano degli impatti sia sul sociale che sull’ambientale, ma anche sull’economico, e far sì che tutto questo possa favorire addirittura job creation o miglioramento delle condizioni dei profili dei nostri studenti, richiede la creazione, in questa fase anche spontanea, di un ecosistema che veda coinvolti attori assolutamente eterogenei: appunto la Fondazione, l’istituzione di Filogaso che ci ospita, i profili che si affiancano all’istituzione, le università, i centri di ricerca, ma anche le imprese. Quindi assolutamente credo che questo sia il modello concettuale più adatto per favorire anche nel lungo periodo la pratica della Terza Missione, a favore di questi giovani profili.
Un’ultima domanda: quali sinergie concrete vede per il prossimo futuro tra la sua attività accademica e il nostro progetto?
Le sinergie sono molteplici, assolutamente: sono appunto quelle della condivisione delle conoscenze, ma anche quelle della creazione di modelli replicabili. Secondo me la Fondazione e il mondo dell’università insieme, soprattutto in questo momento storico, possono fare leva per creare modelli replicabili non solo in vari settori economici, ma anche in vari territori, focalizzando anche l’attenzione su temi e su processi che possano essere utili anche al mondo economico, oltre che a quello sociale. Dunque assolutamente vedo una fortissima sinergia, ancora più rinsaldabile, basata su progetti specifici che possano dare beneficio a questi giovani profili e alla ricerca, all’ampliamento e allo sviluppo della ricerca da un lato, e a quello della produzione degli impatti sociali dall’altro, pensando alle attività delle istituzioni.
