La forza del “mutirão” per un futuro migliore

Cosa ci lascia la COP30 di Belém.

La 30ª Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (COP30) si è svolta dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, che aveva sancito l’impegno di contenere il riscaldamento climatico entro i due gradi, le delegazioni ufficiali dei 198 Stati partecipanti – grande assente quella degli Stati Uniti d’America – si sono riunite per fare il punto sulla crisi climatica e proporre nuovi programmi politici per assicurare un futuro al pianeta. Tra i punti principali discussi in agenda: la riduzione delle emissioni di gas serra, il mantenimento del riscaldamento globale entro la soglia del 1,5° e la promozione di una transizione ecologica giusta e socialmente equa. Il tutto è avvenuto in una cornice altamente simbolica: il cuore dell’ Amazzonia, il “polmone verde della Terra”, uno dei luoghi in cui la crisi climatica non è solo un dato nei report scientifici, ma una minaccia visibile e vissuta quotidianamente da chi abita quei territori. 

Elemento straordinario di questa COP è stata la presenza attiva della società civile, che è tornata a occupare un ruolo da protagonista. Insieme ad attivisti ed enti del terzo settore anche noi abbiamo potuto portare un contributo significativo: il 12 novembre abbiamo presentato, nel padiglione Italia “Made for Our Future”, il nostro corso di Alta formazione per le competenze verdi Green SIM (Social Impact Manager). Il panel è stato presentato all’interno dell’evento “Voci per la Rigenerazione: Giovani, Conoscenza e Competenze per l’Azione Climatica”. Un incontro ricco di idee e momenti di confronto, in cui, insieme agli altri enti organizzatori – l’Università IULM, AIUNCA, IPS Academy / CitiPlat, l’European Federation of Geologists (EFG) e il Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) – abbiamo avuto l’occasione di condividere il nostro lavoro, scambiarci prospettive e discutere di approcci concreti per un futuro più equo e sostenibile. 

Un impegno – il nostro e quello degli altri esponenti della società civile – che ha trovato pieno significato nel concetto di “mutirão”, termine della popolazione indigena Tupi intraducibile nella nostra lingua, che Liliam Chagas – Direttore del Dipartimento del Clima del governo brasiliano ha spiegato indicare «uno sforzo collettivo, necessario per raggiungere qualcosa che non si può ottenere se si è uno o due, ma che invece è alla portata di una comunità che lavora insieme».

Mutirão è uno sforzo collettivo, necessario per raggiungere qualcosa che non si può ottenere se si è uno o due, ma che invece è alla portata di una comunità che lavora insieme

Liliam Chagas

Ma questo impegno collettivo non si è espresso soltanto all’interno degli spazi ufficiali della Conferenza. Fuori dalla sede dell’evento ONU, è emersa con forza la richiesta di riconoscimento e partecipazione di chi ha denunciato l’inefficacia dei governi nel rispondere all’emergenza climatica e ha rivendicato il diritto di essere incluso nei negoziati. Fin dai primissimi giorni della COP30, decine di attivisti e rappresentanti di diverse comunità indigene dell’Amazzonia hanno manifestato per chiedere libertà e giustizia per le loro terre, e per denunciare l’esclusione delle comunità native dai tavoli decisionali. Ferme e dirette le parole del leader della comunità indigena Tupinambá: «La foresta non è in vendita» ha dichiarato all’agenzia Reuters nel corso delle manifestazioni dell’11 novembre, ad un giorno dall’apertura dei negoziati «vogliamo che le nostre terre siano libere dall’agro-business, dalle esplorazioni petrolifere, dai minatori e dai taglialegna illegali».

Le proteste – che in alcuni casi hanno portato a momenti di forte tensione con le forze dell’ordine– sono proseguite nel corso di entrambe le settimane della Conferenza. Venerdì 14 novembre, 90 persone appartenenti al popolo indigeno Munduruku – nativi degli stati amazzonici di Amazonas, Mato Grosso e Pará – hanno bloccato gli ingressi alla “BlueZone”, l’area della COP30 riservata ai negoziatori, per chiedere al Governo brasiliano la fine delle attività estrattive che minacciano i fiumi Tapajós e Xingu, bacini fondamentali per la sopravvivenza delle comunità locali. Infine, il 15 novembre, la “Grande marcia dei Popoli” ha visto sfilare tra le strade di Belém più di 70.000 persone tra lavoratori, comunità indigene e attivisti. Presenti alla marcia anche i rappresentanti delle Chiese del Sud del Mondo, ringraziate da Papa Leone XIV nel video messaggio proiettato il 17 novembre al Museo Amazzonico di Belém. Il Santo Padre ha esortato i governi a porsi al servizio dei popoli e non ha mancato di dare il suo supporto ai manifestanti: «una persona su tre vive in situazione di grande vulnerabilità a causa di questi cambiamenti climatici. Per loro, il cambiamento climatico non è una minaccia lontana, e ignorare queste persone significa negare la nostra comune umanità».

Questa molteplicità di voci, dentro e fuori gli spazi ufficiali della conferenza, ha contribuito a far emergere un messaggio chiaro da questa COP che, più di altre, ha ricordato che la lotta ai cambiamenti climatici non è solo una questione tecnica da inserire nell’agenda politica dei governi, ma una priorità condivisa – o nelle parole di Papa Leone una “questione morale” – che necessita di una cooperazione umana, tra comunità, popoli, scienziati e leader di tutto il mondo.

Nel corso dell’evento ONU il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha più volte ribadito come la necessità di riportare le persone al centro delle discussioni fosse in linea con l’impegno della Presidenza di COP30. Tema centrale dei negoziati è stato infatti quello di trovare misure per una just transition, ovvero una transizione giusta che unisca all’azione climatica misure per una giustizia sociale ed economica. Nelle parole del Presidente Lula l’emergenza climatica è una “crisi di disuguaglianze”, in cui a scontare le conseguenze più gravi sono le persone e i popoli più vulnerabili. Si è parlato, quindi, della necessità di adottare misure sociali che riducano le disparità tra Nord e Sud del mondo, e di costruire economie interne più eque ed inclusive, garantendo pari opportunità alle fasce più fragili della popolazione e creando posti di lavoro e una formazione accessibile. Un impegno che la Fondazione Augurusa porta avanti da sempre, nella convinzione che il progresso sia autentico solo quando è condiviso da tutti. 

Gli ultimi giorni della COP30 sono stati carichi di attese e aspettative, e non sono mancati momenti di tensione. Giovedì 20 novembre, ad un giorno dalla chiusura dei negoziati, un grosso incendio scoppiato nel centro congressi ha sospeso i colloqui delle delegazioni, ripresi solo il giorno successivo. L’accordo finale che ha chiuso i lavori di questa COP è stato pubblicato nella tarda mattinata di sabato 22 novembre, sotto il titolo “Mutirão Decision”. Un documento molto discusso, che ha suscitato numerose critiche soprattutto per l’assenza di una tanto attesa roadmap, ovvero un piano di attuazione per l’uscita dai combustibili fossili. Tra i punti fondamentali dell’accordo figurano l’impegno a mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia di 1,5 °C, già stabilito dall’Accordo di Parigi, e a triplicare i fondi per la transizione ecologica nei Paesi in via di sviluppo. Nonostante la scelta simbolica di ospitare questa COP ai confini dell’Amazzonia, non sono stati compiuti passi avanti sostanziali neanche sul tema della deforestazione, una delle esigenze più urgenti sollevate dalle proteste delle popolazioni locali.

Nel campo della giustizia sociale il testo ribadisce l’importanza della tutela dei diritti umani come strategia complementare per la lotta alla crisi climatica. Viene citata la creazione di un “meccanismo di Giusta Transizione”, che prevede la cooperazione di vari settori, come quello dell’istruzione, della protezione sociale, della sanità e del lavoro di cura, una piccola vittoria per la società civile, che aveva spinto per essere inserita ufficialmente nel piano politico di risposta all’emergenza climatica.

Si è conclusa così la COP30 di Belém, con il riconoscimento delle profonde lacune di un accordo che in molti casi non ha saputo soddisfare le aspettative: «Alcuni di voi nutrivano ambizioni più grandi per alcune delle questioni in discussione» ha ammesso il presidente André Corrêa do Lago. Parole analoghe sono state espresse dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, che però ha sottolineato come il lavoro per affrontare la crisi climatica non si esaurisca con la fine della COP. Nella conclusione del suo discorso, il segretario dell’ONU ha rivolto un messaggio a quanti lottano per un mondo più equo e sostenibile: «a tutti coloro che hanno marciato, negoziato, consigliato e si sono mobilitati: non arrendetevi».

Anche noi, come Fondazione, accogliamo l’invito del segretario ONU a non arrenderci, e rinnoviamo il nostro impegno affinché l’istruzione, il lavoro e una vita dignitosa siano diritti fondamentali per tutti, e non un privilegio per i più fortunati. Torniamo da questa COP con la convinzione ancora più forte che la costruzione di un mondo migliore richiede uno spirito di mutirão, uno sforzo collettivo che rende possibile ciò che da soli non potremmo realizzare. D’altronde, quello del mutirão è lo stesso spirito che da sempre guida la nostra missione: costruire insieme la Casa della Pace immaginata da Antonio, un luogo sicuro e inclusivo, una famiglia umana universale in cui ciascuno è chiamato a fare la propria parte, per il bene del pianeta e dell’umanità intera.  

Communication Officer presso Fondazione Antonio Emanuele Augurusa. Laureata in Filosofia e da sempre attenta ai temi dei diritti umani e al ruolo delle organizzazioni non governative. Mi occupo di comunicazione con l’obiettivo di dare voce a progetti culturali e sociali.