Intervista al professor Simone Baldetti (Parte II)
Il riuso sociale del patrimonio ecclesiastico dismesso
Questo settembre sono stati pubblicati sulla rivista accademica “Ordines” i risultati di una ricerca, nonché tesi di dottorato, del professor Simone Baldetti, giurista di Diritto Interculturale presso l’Università di Pisa. La ricerca, co-finanziata dall’ateneo e dalla Fondazione Augurusa ha avuto come oggetto di studio l’analisi dei possibili strumenti giuridici per il riuso in chiave sociale del patrimonio ecclesiastico dismesso.
Di seguito presentiamo la seconda parte dell’intervista rilasciata dal professore al termine della nostra collaborazione, dove approfondiamo l’analisi delle possibilità di collaborazione tra enti ecclesiastici e Terzo Settore, con specifico riferimento al modello Virtus Lab. Se ti sei perso la prima parte dell’intervista, clicca qui.
Ha fatto riferimento agli elementi di attenzione che un ente del Terzo Settore può adottare nell’avviare un dialogo con un ente ecclesiastico. Ha ulteriori suggerimenti in questa direzione?
Credo che un approccio proficuo possa essere quello di analizzare insieme le finalità e le attività. Il primo esempio che mi viene in mente è Virtus Lab, per il quale le finalità riguardano il reinserimento lavorativo, ma allo stesso tempo è utile ragionare proponendo all’altro soggetto, all’ente ecclesiastico, una concordanza di finalità mostrando la conoscenza delle sue sfaccettature. Si potrebbe ad esempio proporre di riutilizzare un monastero che abbia per esempio una parte dedicata al culto.
Poiché una parte dell’immobile da utilizzare è un luogo di culto, direi che confrontarsi con soggetti ecclesiastici richiede che non si parta da un rigido presupposto sull’impostazione della proposta. Come scrivevo anche nella ricerca, per l’ente ecclesiastico a volte può essere più utile una locazione o un comodato d’uso piuttosto che una compravendita. Del resto, lo stesso ente del terzo settore di per sé, come l’ente ecclesiastico, non è interessato al profitto ma è interessato a utilizzare le sue risorse per altri scopi.
Quindi, l’approccio dialogico nella costruzione giuridica dell’accordo dovrebbe tener conto di una necessaria flessibilità, che dipende dal fatto che per la Chiesa Cattolica qualunque atto di disposizione di un bene che ne cambia la titolarità, anche temporanea come la locazione, è considerata una reazione nell’ordinamento canonico. Quindi, ci sono determinate cautele che l’ente ecclesiastico deve tenere in conto. Anche qui, come dicevo, le nostre ricerche credo riescano ad essere utili quando forniamo degli strumenti e delle conoscenze.
È un po’ come nel dialogo interculturale. Del resto si parla sempre di dialogo tra soggetti, in questo caso soggetti giuridici ma sempre soggetti che parlano linguaggi diversi, che stanno nella stessa realtà sociale che entrambi per statuto vogliono contribuire a migliorare. Proprio come nel dialogo interculturale, è utile proporre degli strumenti per una condivisione dello stesso spazio per risolvere un problema. Come dicevamo prima, credo che il ruolo del giurista in questo caso sia fare da ponte tra soggetti che altrimenti non riuscirebbero facilmente a comunicare e a collaborare.
Cosa può dirci, invece, in merito a eventuali atti di donazione da parte di un ente ecclesiastico o di un ente del Terzo Settore? Quali ostacoli e criticità possono emergere in questo ambito?
La donazione è possibile; vorrebbe però dire dover ragionare non solo sulle questioni fiscali, ma anche sulle questioni, ancora una volta, canonistiche legate alla dimensione del bene.
Cioè, in termini pratici, se il bene è di rilevante entità diventa più complesso donarlo, perché il patrimonio di una diocesi non può essere ceduto solo per motivi di convenienza economica. Certo però, rapportarsi con l’ente ecclesiastico vuol dire sempre considerare lo stato giuridico del bene, occorre considerare le cautele canonistiche ed i principi canonistici, per cui non è un processo così immediato come potrebbe essere un atto di donazione da parte di un privato.
In precedenza abbiamo fatto riferimento ad attività di carattere caritativo e sociale coerenti con le finalità degli istituti ecclesiastici. In che modo, secondo lei, il modello Virtus Lab può rientrare in questa tipologia di iniziative a finalità caritative e sociali?
Un aspetto particolarmente rilevante nel modello Virtus Lab è l’idea delle comunità di co-living e il fatto di superare un approccio esclusivamente da, per dirla in termini semplici, agenzia del lavoro. Per questo mi pareva rilevante come caso studio per la ricerca, poiché esso incorpora la prospettiva di assicurare un miglioramento generale della qualità della vita del beneficiario, quindi l’inserimento in una rete che è affine a una rete di supporto che può essere quella realizzata da oratori, Caritas e altri soggetti religiosi.
Tutto ciò ovviamente si integra bene con la possibilità di utilizzare il patrimonio ecclesiastico; la sua caratteristica più rilevante è quella di guardare alla qualità della vita complessiva del beneficiario piuttosto che semplicemente dargli un supporto, una tantum.
Il vantaggio di creare un progetto di questo tipo in cui i beneficiari vengono inseriti in una rete di supporto sociale, oltre che di servizi, è che si creano dei rapporti e delle reti che poi durano nel tempo. Questo insomma potrebbe portare a una collaborazione tra il soggetto che promuove un modello, come Virtus Lab, e l’ente ecclesiastico, ma potrebbe anche portare alla collaborazione sotto altri profili.
Cosa comporterebbe invece la proposta di attività formative all’interno di un immobile di proprietà di un ente ecclesiastico?
Beh, lì si potrebbe anche immaginare una collaborazione tra enti nella forma della co-gestione, magari sfruttando il comodato. In alcune situazioni si è pensato di utilizzare il trust che ovviamente è uno strumento un po’ più complicato e complesso da analizzare. Tuttavia queste attività di formazione potrebbero essere inserite in un progetto di gestione partecipata tra ente del terzo settore e ente ecclesiastico per una formazione finalizzata appunto al reinserimento lavorativo.
Nel proporre collaborazioni o co-partecipazioni su immobili, i potenziali interlocutori tendono talvolta ad accogliere singoli elementi della proposta, senza però aderire al modello nella sua interezza, avanzando soluzioni che non risultano risolutive dal punto di vista sociale.
Secondo lei c’è la possibilità di ragionare in termini di integrazione di tutti gli aspetti del modello?
Beh, si potrebbe innanzitutto ragionare in termini di dato statistico, nel senso che a fronte di determinate risposte da parte degli enti ecclesiastici, da parte dei soggetti a cui viene proposto il modello, si può cercare di ragionare sull’elaborazione di una proposta che riesca a contenere tutti gli aspetti del modello. È evidente che poi diventa anche una questione di dialogo all’interno dello stesso ente e della specifica situazione.
Per questo, appunto, un ostacolo può essere il fatto che la gestione di un determinato rischio, per una diocesi, comporti che la scelta sia quella di utilizzare determinati strumenti invece di altri. Di conseguenza, un vescovo può anche preferire mantenere la gestione di alcune attività, anche nei beni che sono quasi in abbandono, piuttosto che utilizzarli in un altro modo, pur essendo più propenso a lasciarli ad altri.
Questo, ovviamente, in termini di quasi contrattazione. Se l’idea sarebbe riuscire ad arrivare a una collaborazione è chiaro che non non si debba necessariamente risolvere la questione perseguendo un certo vantaggio economico, proprio perché la Chiesa Cattolica non può giuridicamente ragionare semplicemente in termini di vantaggio economico.
In questo caso, dato che le specificità e le sovrapposizioni sono tante, occorre ragionare in termini di una proposta che parta da valori condivisi e mostri come essi si possano attualizzare. Occorre porsi come proponenti di un qualche tipo di vantaggi o di aiuto per l’ente ecclesiastico. Si tratta pur sempre di soggetti che si trovano a gestire un patrimonio di dimensioni rilevanti, in cui l’elemento economico di mantenimento, di possibilità di mantenimento economico dei beni, può diventare un problema.
Quindi appunto in questo caso l’approccio deve essere anche quello di porsi come portatori di un’opportunità utile in termini sociali, utile per la riqualificazione del bene stesso.
Si possono anche strutturare in termini pratici, se si riesce a trovare la maniera di gestirlo impiegando le cosiddette testazioni missionarie. Questo può essere un elemento per agevolare la collaborazione dell’ente ecclesiastico, non ponendolo di fronte al dilemma di dover ridurre l’uso di un bene, pur se in disuso, da uso sacro ad uso profano. E questa chiaramente non è mai una cosa che si fa a cuor leggero.
Bisognerebbe, in sostanza, riuscire a tener conto, anche per questioni di natura giuridica, della natura intrinsecamente religiosa del soggetto con cui si dialoga. Questo vale non solo per le questioni tecniche, ma per le questioni che toccano il senso intimo sacro di quegli immobili, che siano luoghi di culto o meno.
In che modo secondo lei il modello-progetto Virtus Lab è in linea con la “Chiesa dei poveri e per i poveri”?
Beh, credo che lo sia per la sua base di partenza, e cioè quella di “creare un processo”, per dirlo, ancora una volta, alla papa Francesco. Fornire cioè una formazione ai soggetti che si trovano in una situazione svantaggiata, non solo contribuendo al loro inserimento lavorativo, ma dotando il soggetto di un bagaglio che contribuisce a migliorare la sua qualità della vita perché dotato di conoscenze che si possono ulteriormente sviluppare, migliorare, utilizzare, spendere altrove. E questa è una tutela non solo dei più poveri in quanto mancanti di beni economici, ma è una cura della dignità umana in quanto tale.
Inoltre, il fatto che Virtus Lab non limiti il suo raggio d’azione all’ottenimento di un salario, ma abbia anche cura dello spirito, della Salus Animarum, coincide con l’obiettivo ultimo della Chiesa Cattolica delle norme canoniche, la salvezza delle anime. Tutto ciò si realizza anche attraverso una cura e un arricchimento della persona, che pur avendo implicazioni materiali che toccano ognuno di noi, arriva anche a un sostegno in qualche modo spirituale perché il modello Virtus Lab forma, fa entrare in relazione con gli altri, mette i giovani in una realtà che li crea e li potenzia.
Qual è, secondo lei, il grado di scalabilità e replicabilità della sua ricerca?
Beh dunque, credo che nel tempo questa scalabilità andrà potenziandosi; iniziative simili ai riusi di monasteri come nel caso dell’Arcidiocesi di Torino, o situazioni dove sono stati utilizzati e proposti gli strumenti citati in precedenza, aumenteranno di numero, banalmente perché sempre più immobili hanno problemi di ristrutturazione ed è sempre più complessa la loro gestione economica da parte della Chiesa Cattolica, proprio perché non è una multinazionale che ragiona in termini di profitto. Io credo che in futuro sarà sempre più necessario occuparsi del tema del riuso del patrimonio ecclesiastico; è una questione che ha enormi primarie conseguenze giuridiche.
Per quanto riguarda il profilo degli enti del terzo settore… beh, da questo punto di vista io credo che questa sia la strada da seguire. Come dicevo prima, il ruolo dei nuovi giuristi dovrebbe anche essere quello di fare un da ponte tra mondi anche giuridici e tra ordinamenti che però non solo hanno i propri scopi, hanno degli scopi in comune, ma hanno bisogno di parlarsi per realizzare qualcosa di concreto.
Che cosa ha significato per lei, sia a livello personale che a livello di ricerca, la collaborazione tra la Fondazione Augurusa e l’Università di Pisa?
Beh, è stata una bella collaborazione perché a volte dall’esterno il nostro lavoro di ricerca può sembrare un po’ evanescente, quindi quando ci sono delle possibilità di collaborazione con un soggetto come la Fondazione Augurusa che persegue determinate finalità e che ci consente di mettere in pratica una ricerca che ha delle conseguenze concrete anche sulla realtà sociale, insomma, ci sentiamo anche un po’ più utili come studiosi.
Noi, come accademici, cerchiamo sempre di non vivere nella “torre d’avorio” di cui a volte si parla. Questo tipo di collaborazioni le riceviamo e, quando possibile, le accogliamo, perché è sempre utile avere la possibilità di interfacciarsi con una realtà di questo tipo e quindi ragionare anche su una ricerca che abbia dei punti di riferimento condivisi.
