Resilienza comunitaria e One Health con Green SIM
L’intervista a Domenico Vito
Domenico Vito è ingegnere e dottore di ricerca, si occupa di progetti europei sulla qualità dell’aria nel Nord Italia e svolge attività di ricerca nell’ambito del metabolismo urbano. Osservatore dei negoziati climatici internazionali dal 2015, è fondatore dell’Osservatorio Parigi, piattaforma di monitoraggio e analisi dei negoziati multilaterali sul clima, nata per offrire strumenti di lettura, approfondimento e divulgazione sui processi UNFCCC e sulle loro ricadute in Europa e in Italia. Affianca all’attività di ricerca un costante impegno nella divulgazione scientifica e nell’organizzazione di iniziative pubbliche dedicate al cambiamento climatico e alla resilienza urbana.
Con la sua lezione il nostro corso gratuito di Alta Formazione Green Social Impact Manager ha preso il via entrando nel vivo del modulo Introduzione allo Sviluppo Sostenibile. Quali sono le sue sensazioni al termine di questa prima lezione del corso?
Il programma è un’ottima iniziativa. Ho visto una classe molto “sul pezzo”. Spesso mi è capitato di tenere lezioni simili nei contenuti in contesti in cui però mancava un così alto livello di preparazione. Questo corso ha invece come utenza delle persone con già un buon livello “di arrivo”; difatti abbiamo trattato temi più tecnici e più in profondità. Mi sento di dire che è una bella classe.
In una intervista rilasciata a Radio Radicale nel 2021 aveva dichiarato “(noi giovani) vogliamo decidere sul nostro futuro”, ritiene che l’iniziativa del corso gratuito di Alta Formazione Green Social Impact Manager possa rappresentare una risposta affermativa a questo suo invito?
I giovani possono decidere sul proprio futuro se sono informati e formati. Con lezioni come quelle di oggi i giovani possono capire il mondo che hanno di fronte ed analizzare la realtà in modo critico. Senza un pensiero critico coltivato da formazione e sistemi educativi, la decisione non è propria, non è percepita e nemmeno giusta, perché mancano gli strumenti adatti; c’è il rischio di essere manipolati. In questo senso il corso, a mio avviso, va nella direzione di diminuire le probabilità di manipolazione e quindi portare i giovani a decidere per se stessi.
L’anno scorso anche noi come Fondazione Augurusa abbiamo partecipato alla COP 30 di Belém che ha visto la partecipazione attiva di diverse realtà del mondo non profit, numerose come mai prima d’ora. In virtù della sua ampia esperienza, maturata come osservatore alla Conferenza delle Parti dal 2015, quale ritiene possa essere il ruolo degli enti non profit nel favorire la concretizzazione degli obiettivi della Conferenza e, più in generale, la lotta al cambiamento climatico?
Il ruolo può essere quello di localizzare gli elementi delle agende internazionali e delle risposte globali al cambiamento climatico decise durante le COP. Le COP ed i Piani Nazionali possono solo creare “spazi abilitanti”, ovvero i framework d’azione affinché gli attori della società civile possano implementare ed agire concretamente verso gli obiettivi. Qualsiasi policy o piano senza partecipazione ed attivazione della società civile, di cui fanno parte gli enti non profit, è un piano monco. Penso dunque che questo sia il ruolo e l’opportunità che le ONG possono avere nella lotta al cambiamento climatico.
Lei si occupa di One Health e resilienza comunitaria: quanto serve, oggi, una realtà come la Fondazione Augurusa per trasformare le grandi sfide globali in impatti concreti e duraturi sui territori?
Enti come la Fondazione possono veramente aiutare tutto l’ecosistema e tutto il tessuto sociale ed educativo a implementare framework e concetti come quelli di One Health e di resilienza comunitaria, nel ruolo di “catalizzatori dell’implementazione”.
Alla luce del suo lavoro sui temi della One Health e della transizione climatica, quanto può essere strategica una collaborazione con la Fondazione Augurusa, che investe su formazione, territorio e trasformazione dei giovani in agenti di cambiamento?
Credo che sia essenziale ed è anche molto benvenuta. Personalmente sono molto contento di aver avuto questa possibilità di collaborare, proprio perché, senza una declinazione sul territorio e senza una declinazione verso le future generazioni, quindi senza localizzazione e future generazioni, non possiamo parlare di sostenibilità, non possiamo parlare di economia rigenerativa, non possiamo parlare di tutti questi concetti di cui spesso ci si fregia, ma che poi vanno implementati. Ecco, penso che lavori come quello della Fondazione siano essenziali per questa opera di implementazione concreta a lungo termine. Dico un’ultima cosa senza retorica. Penso – perché lo è stato per me e lo è stato anche per i miei colleghi – che fare corsi come questi poi orienta anche delle scelte di vita. Avere l’occasione e l’opportunità di incontrarsi con professionisti, con esperti del settore, veramente cambia la vita: ti dà delle informazioni e una prova tangibile di cosa si può fare, di quali sono le professionalità esistenti. Nelle nuove generazioni questi incontri veramente hanno un’importanza strategica a livello di percorso di vita, che spesso noi sottovalutiamo e che invece sono elementi chiave.
