La 59ª Giornata Mondiale della Pace
Il sogno di Antonio Emanuele e la visione di Papa Leone XIV per una pace disarmata e disarmante.
All’inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo, che sia la pace, con il suo giusto e benefico equilibrio, a dominare lo svolgimento della storia avvenire.
Papa Paolo VI
Con queste parole, nel 1968, Papa Paolo VI istituiva la prima Giornata Mondiale della Pace, scegliendo di affidare al primo giorno dell’anno non un semplice augurio, ma una direzione di senso. Da quasi sessant’anni, ormai, la Chiesa cattolica rinnova questa ricorrenza: porre la pace all’inizio del tempo nuovo significa riconoscerla come priorità e fondamento di ogni scelta, come punto di partenza imprescindibile per immaginare e costruire il futuro.
Oggi, 1° gennaio 2026, la Giornata Mondiale della Pace celebra la sua 59ᵃ edizione, alla chiusura di un anno segnato da conflitti, da una violenza di intensità sempre crescente e diffusa su scala globale. Nel contesto di quella che Papa Francesco ha definito «una terza guerra mondiale a pezzi», porre la pace al centro, affinché possa davvero orientare “lo svolgimento della storia avvenire”, non è solo un auspicio, ma un’urgenza concreta e inderogabile. Come Fondazione, sentiamo questo impegno come il cuore della nostra missione. Per questo, vogliamo accogliere l’invito di questa Giornata e iniziare l’anno nuovo riflettendo sul tema della pace, così che questo possa davvero guidare il nostro futuro in un tempo così complesso.
È con una riflessione sulla drammaticità del nostro presente che si apre il messaggio dal titolo “Verso una pace disarmata e disarmante”, scritto da Papa Leone XIV in occasione di questa Giornata Mondiale. Il Santo Padre, in questa ricorrenza, critica con fermezza i leader mondiali che coltivano la cultura della guerra. Denunciando con particolare enfasi l’aumento incessante delle spese militari, che oggi costituiscono il 2,5% del PIL mondiale, richiama la necessità di costruire una pace fondata sul dialogo, sulla fiducia reciproca e sul disarmo del cuore e del linguaggio, alludendo al «crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». Negando con chiarezza l’idea che possa esistere una “guerra giusta”, il Papa esorta i governi di tutto il mondo a scegliere vie diverse per raggiungere un benessere condiviso: la via disarmante della diplomazia e del dialogo, della mediazione e del diritto internazionale.
Nel suo messaggio il Papa non si limita, quindi, a descrivere la violenza crescente che attraversa il mondo, ma ne individua le cause nelle spese di riarmo, nelle politiche educative e in una cultura che considera la forza armata e la violenza come risposta inevitabile ai conflitti. È una critica netta, che smaschera l’illusione di una sicurezza fondata sulle armi e richiama i governi alle loro responsabilità. Allo stesso tempo, però, questa denuncia non scivola mai nel pessimismo o nella rassegnazione: accanto alla durezza dell’analisi, il Papa alza una voce di speranza, ricordando che la pace esiste e abita il mondo grazie all’impegno di donne e uomini che lui stesso definisce come “operatrici e operatori di pace”: persone che scelgono il dialogo, la giustizia e la cura reciproca anche nei contesti più segnati dalla violenza. È il messaggio rilanciato anche all’Angelus del 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, primo martire: «dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso», afferma Leone. «In questi gesti germoglia la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto». Come Fondazione che ha fatto della promozione della pace il proprio impegno, non possiamo non riconoscerci profondamente in queste parole e sentirci chiamati, anche noi, a farci operatori e operatrici di pace, affinché anche il nostro operato possa essere un piccolo seme di speranza nel mondo.
In questa ricorrenza, così importante per noi, molte sono state le parole del messaggio di Papa Leone XIV che ci hanno colpito nel profondo e molti sono gli spunti di riflessione che ne abbiamo tratto. Ma c’è una frase che, più di tutte, ha colpito nel segno: «in tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». È questa da sempre la visione che anima la nostra missione. Quella Casa della pace disegnata a matita da un giovanissimo Antonio Emanuele oggi diventa, tramite le parole del Santo Padre, un’immagine ancora più viva: la pace non è un ideale astratto e lontano, ma uno spazio da costruire insieme, un luogo sicuro in cui ciascuno possa sentirsi accolto e chiamato a fare la propria parte, una comunità in cui, come scrive il Papa e come voleva Antonio, si pratichi dialogo, giustizia e perdono.
In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una ”casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica giustizia e si custodisce il perdono.
Con l’inizio del nuovo anno vogliamo rinnovare il nostro auspicio di pace per tutti e ribadire il nostro impegno perché questo valore sia il fondamento di ogni nostro progetto e di ogni nostra azione. Che il 2026 possa essere un anno in cui ciascuno di noi, nelle proprie scelte e nei propri gesti, contribuisca a costruire ponti di dialogo, a coltivare la giustizia e a custodire la speranza: perché la pace non sia mai solo un ideale, ma la guida di ogni nostro passo.

