L’Italia delle povertà invisibili

A rischio il 20% della popolazione

Giovedì 5 febbraio, presso il Chiostro di San Salvatore in Lauro a Roma, è stato presentato il volume di Alleanza contro la povertà dal titolo: ‘L’Italia delle povertà: dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media’. Siamo stati invitati a partecipare al convegno dal portavoce dell’Alleanza Antonio Russo, insieme a istituzioni, giornalisti, associazioni e enti del Terzo Settore che, come noi, si impegnano giornalmente nel cercare di comprendere e di offrire risposte ad un fenomeno tanto complesso quanto sistemico nella società contemporanea.

“La povertà non è una crisi ma un fenomeno strutturale, che attraversa generi e generazioni”. Con queste parole ha aperto il confronto Antonio Russo, sottolineando come l’approccio emergenziale al fenomeno della povertà in Italia sia oggi profondamente insufficiente.  Un problema che, come si evince già dal titolo del volume, va declinato al plurale: un fenomeno complesso, multiforme e multidimensionale, che esige misure altrettanto diversificate, improntate sui diritti e fondate su una comprensione approfondita. È proprio questo l’obiettivo centrale del volume L’Italia delle povertà: proporre un’analisi della povertà in Italia nelle sue diverse dimensioni, esplorandone le dinamiche sociali e relazionali, i contesti in cui si sviluppa e le modalità con cui viene rappresentata nel dibattito pubblico e nel racconto dei media.

Un’analisi ad ampio raggio, insomma, che non può non partire dall’osservazione dei dati statistici. Il bilancio complessivo restituisce un quadro piuttosto complesso: il 20% delle famiglie italiane si colloca stabilmente sulla soglia o al di sotto della linea della povertà. Un dato che, sottolineano gli esperti, rimane drammaticamente invariato da ben quindici anni.

All’interno di questa percentuale, accanto al 10,9% di nuclei familiari ufficialmente classificati in povertà assoluta, emerge un dato cruciale: l’area dei cosiddetti ‘quasi poveri’. Si tratta di una fascia ampia – pari all’8,2% delle famiglie – che vive su una linea di confine appena sopra la soglia ufficiale di povertà, esposta a un rischio costante di scivolare in condizioni di povertà assoluta a causa di eventi imprevisti come rincari sui prezzi delle bollette, o la nascita di un figlio. 

La fascia dei ‘quasi poveri’ risulta particolarmente insidiosa e difficile da intercettare, tanto per i servizi sociali e le istituzioni – privi di strumenti d’intervento specifici – quanto per le reti di prossimità. È una condizione che rimane spesso silente, confinata tra le mura domestiche, fatta di privazioni quotidiane, della fatica nel raggiungere la fine del mese e dell’impossibilità di far fronte a spese impreviste. Una ‘povertà della porta accanto’, di cui spesso ignoriamo l’esistenza: “la povertà si è cronicizzata, è entrata nella normalità” – ha commentato Remo Siza, membro del comitato tecnico dell’Alleanza – “Io non saprei dire se qualcuno nel mio palazzo vive in condizioni di ristrettezza economica, è qualcosa che non abbiamo la capacità di osservare.” Una povertà, quindi, che non si manifesta ai margini del tessuto sociale e non colpisce solo chi è lontano dal nostro quartiere, dal nostro Paese o dalla nostra “normalità” quotidiana, ma che si radica nel cuore stesso delle nostre comunità. La immaginiamo spesso come un fenomeno distante, mentre la realtà ci restituisce l’immagine di una fragilità silenziosa, capace di nascondersi con estrema dignità proprio ‘dietro la porta accanto’.

Dal Report emerge che ad offrire risposte a questa fascia di ‘quasi poveri’ sono spesso le associazioni e gli enti del Terzo Settore, che intervengono laddove le istituzioni non riescono ad arrivare. Il Rapporto offre un’analisi molto critica delle politiche pubbliche di contrasto alla povertà, soffermandosi sull’Assegno di inclusione (Adi) e sul Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl). Si tratta di misure che, stando all’analisi, spesso si riducono a interventi meramente formali, dimostrandosi insufficienti nel generare un impatto concreto e diffuso sulla vita delle persone. Queste lacune istituzionali lasciano scoperte ampie aree di vulnerabilità, facendo ricadere sul Terzo Settore la responsabilità di una presa in carico che non trova altre risposte adeguate.

Un ultimo elemento chiave affrontato nel Report riguarda il racconto mediatico. Il Rapporto mette in luce come i media contribuiscano a costruire l’immagine pubblica della povertà, spesso privilegiando una narrazione emergenziale e quantitativa. Questo approccio tende a semplificare fenomeni complessi in favore di una comunicazione frammentata, nell’ottica di logiche algoritmiche che premiano l’immediatezza e l’impatto emotivo a scapito dell’approfondimento e della complessità. In un ecosistema digitale che predilige formati rapidi e contenuti ad alto tasso di coinvolgimento, la povertà viene spesso ridotta a notizia ‘mordi e fuggi’ o a titolo sensazionalistico. Chi rientra nelle ‘zone grigie’ della quasi povertà rischia così di restare senza voce, invisibile tanto nelle statistiche quanto nel dibattito pubblico.

L’incontro è stato per noi una preziosa occasione di ascolto e confronto, necessaria per accrescere le nostre competenze e conoscenze sul tema. Per noi che abbiamo fatto della lotta alla povertà la nostra missione, è fondamentale continuare a riflettere sulle disuguaglianze sociali e sulle diverse forme in cui queste si manifestano. Ragionare su le povertà, e non su la povertà, ci fornisce uno spunto di riflessione importante: considerare la povertà come una realtà plurale significa evitare il rischio di non riconoscerla quando si manifesta in forme diverse e quando si nasconde dietro a un benessere solo apparente. Al centro del nostro impegno quotidiano contro le disuguaglianze sociali, infatti, c’è proprio quella fascia dei ‘quasi poveri’, categoria semi-invisibile, che spesso sfugge alle statistiche e alle politiche di welfare, ma che crediamo necessiti di attenzione e interventi mirati, prima che sia troppo tardi.

L’Italia delle povertà’ restituisce l’immagine di un Paese in cui la vulnerabilità economica non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa e strutturale. Affrontarla significa non solo investire risorse, ma ripensare il modo in cui misuriamo, governiamo e raccontiamo le povertà, per de-normalizzare e dare voce a un problema che oggi, troppo spesso, rimane invisibile anche se sotto gli occhi di tutti. 

Communication Officer presso Fondazione Antonio Emanuele Augurusa. Laureata in Filosofia e da sempre attenta ai temi dei diritti umani e al ruolo delle organizzazioni non governative. Mi occupo di comunicazione con l’obiettivo di dare voce a progetti culturali e sociali.